DELITTI DI GOLA
Bracconaggio in Sardegna
di Federico Cauli

La coppia di turisti non ha avuto esitazioni: si è diretta verso un bel tavolo rosso, vicino alla finestra con le tendine scostate sulla strada semideserta del paese. Da lì, alzando lo sguardo, ci sarebbe da perdersi nel mondo compatto e sempreverde delle colline del Sulcis, dove a novembre risplendono i frutti carnosi della selva mediterranea…ma il cameriere porta subito la carta.
Nello stesso momento, dentro la macchia lontana, un tordo bottaccio gonfia il suo petto macchiato da un mirto odoroso. Osserva con calma quell’abbondanza di palline scure, cercando quella matura. C’è una bellissima bacca di corbezzolo proprio sotto di lui, appena caduta. Sarà sua…
Sono curiosi, i turisti. L’indice si avventura sui nomi delle specialità culinarie riportate nella carta. Poi si ferma, perplesso. Lui chiama il cameriere e gli chiede sottovoce, sottolineando con fare ammiccante la sua preparazione: “Scusi, ma il mazzo di grive non l’avete? Il piatto tipico…”. Il cameriere esita, squadra per qualche secondo quella coppia dall’aspetto così ingenuo, poi risponde con un sorriso: “Se volete le abbiamo: preparate da questa mattina. Ci hanno portato gli uccelli proprio ieri”.
Il tordo è davanti alla sfera vermiglia. La guarda di sbieco e già gli sembra di sentirne il sapore…
“Ah! Benissimo. Ce ne porti uno, voglio proprio assaggiarle!”
L’uccello ha deciso: china il capo sul boccone…
“Un conto salato, ma valeva proprio la pena”. I turisti sono tornati all’aria aperta. Passeggiano mano nella mano, con la gola sorpresa dalla nuova esperienza.
Il tordo è impiccato nella sua corda di nailon, a disposizione dei prossimi avventori.



Quello che devo raccontare non è bello. Soprattutto non sembra vero. Ma è la realtà, apparentemente indistruttibile, di una fetta della nostra amatissima Sardegna. Ho cercato di fare un resoconto della massima precisione, la stessa con la quale Giovanni Malara e Graziella Zavalloni mi hanno spedito dati ed immagini. Giovanni coordina, in Sardegna, il gruppo antibracconaggio della LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli), mentre Graziella ha lo stesso ruolo in tutte le campagne antibracconaggio della LAC (Lega Abolizione Caccia). Da loro ho appreso i dettagli della morte, inutile e atroce, di migliaia di uccelli e di altri animali. Teste schiacciate, lunghe agonie, colli strozzati dalla morsa incallita di centinaia di bracconieri, alla cui testarda brutalità si contrappongono l’amore e la tenacia di poche decine di “sminatori”. Spettatori paganti: tutti coloro, tantissimi, che non rinuncerebbero mai ad un mazzo di grive.
Le “grive”, in Sardegna, sono i tordi. Il mazzo di grive (o pillonis de taccula= spiedini di uccelli), piatto dal costo medio di 60-70 euro, è formato da otto uccelli spennati e tenuti in acqua fredda per alcune ore, poi lessati e cosparsi di sale, ed infine legati fra loro becco a becco con un rametto di mirto. Nel cagliaritano ne vanno matti. Durante le feste di Natale tutti lo vogliono in tavola, molti turisti lo cercano morbosamente. Ne è nato un grande affare, dal quale trarre profitti tutt’altro che irrilevanti se si sa come catturare gli ingredienti, se si conosce il mestiere illegale dell’uccellatore, il bracconiere d’uccelli. Così, gli alberi e i cespugli si riempiono di reti e trabocchetti, lacci e tagliole. Il bosco è in trappola.

Le aree inquinate da questa barbarie sono principalmente due: il Sulcis meridionale e la foresta dei Sette Fratelli, nel Sarrabus. Nel Sulcis, pochi chilometri ad ovest di Cagliari, sopravvive una delle zone di macchia e foresta mediterranea più estese d’Europa, un territorio con poche strade di penetrazione, tutte sterrate e spesso chiuse da sbarre. È il regno del cervo sardo che, grazie alla vicina Riserva WWF di Monte Arcosu, ha recentemente conosciuto una grande ripresa numerica. I comuni più coinvolti nell’uccellagione sono quelli di Capoterra, Assemini, Uta, Santadi, Pula e Sarroch. Nel Parco Regionale dei Sette Fratelli, subito ad est di Cagliari, c’è un’altra grande estensione di boschi e di macchia, con cervi sardi, astori ed altre rare meraviglie della foresta. Qui gli uccellatori vengono principalmente dai paesi di Sinnai, Maracalagonis e Burcei.
Da ottobre a marzo, grazie al particolare clima umido di questi lembi meridionali della Sardegna, le macchie si caricano di un’incredibile quantità di frutti di corbezzolo, mirto, ginepro e altre essenze, attirando moltitudini di uccelli migratori. Nel mare sempreverde, un’impressionante quantità di tordi è a disposizione di chi li sa pescare, e centinaia di uomini campano illegalmente a spese della natura, catturando e rivendendo ai mercati, ai ristoranti della zona. Come se nulla fosse, nonostante questi metodi di cattura siano stati vietati fin dagli anni ’70. E con il larvato consenso di una parte della popolazione e la fiacca opposizione delle istituzioni, soprattutto locali.

Dieci anni fa, nel solo paese di Capoterra, si riteneva operassero circa 300 ladri d’uccelli. Alcuni a tempo pieno, altri part-time. Per loro un tordo vale 3 euro, ma il ristoratore se lo rivende almeno al triplo. Se invece viene venduto direttamente ai consumatori, come accade nella maggior parte dei casi, i bracconieri incassano il prezzo pieno. Un uccellatore esperto, quando va bene, riesce a guadagnare qualche centinaio di euro al giorno. La LIPU ha stimato la messa in opera di almeno 100.000 trappole in tutto il territorio, in grado di catturare qualcosa come 600.000 uccelli ogni anno.
Tutto illegale, dicevo poc’anzi. Illegale ogni tipo di trappola, illegale vendere selvaggina a terzi, anche se uccisa con il fucile. Ma qui si fa finta di non sapere da dove provengano le ricercatissime grive, anche a livello istituzionale. Nel sito del Comune di Capoterra, alla pagina “attività produttive”, sta scritto: “una pratica venatoria ancora diffusa, anche se con metodi diversi, perché lacci di crine e reti sono vietati dagli anni ’70, è quella dell’uccellagione… le tacculas non sono il solo peccato di gola al quale si può cedere”. E quali mai sarebbero questi metodi diversi? Qualunque persona non informata, a leggere frasi del genere, viene portata a credere che l’uccellagione illegale non abbia ormai niente a che fare con il piatto di grive, quando invece è vero il contrario. Il quotidiano “La Nuova Sardegna” (del 23/3/2007) in un incomparabile articolo sull’argomento dal titolo “Tacculas in un letto di mirto”, fornisce addirittura telefoni e indirizzi di agriturismi dove poter consumare la decantata pietanza, senza un solo accenno al fenomeno del bracconaggio, vera fonte di approvvigionamento di ogni esercizio commerciale. Eppure, la verità è semplice: ciò che viene venduto è il frutto della sistematica cattura operata con trappole illegali, rozze o raffinatissime. E allora vediamole queste trappole di cui nessuno parla.
Una delle più comuni è la cosiddetta “trappola a terra”. Una bacchetta di metallo flessibile o di legno di cisto viene introdotta per un capo nel terreno. All’altro capo c’è il cappio, tenuto aperto da tre bastoncini di legno piantati in terra. Il cappio è collegato ad un legnetto poggiato sopra l’esca, di solito una bacca di corbezzolo, e viene tenuto fermo da un archetto. Quando l’animale tocca la bacca, il legnetto si sposta azionando il cappio. Quest’ultimo scatta verso l’alto con la sua vittima, bloccata per il collo e con le zampe appoggiate al terreno. Prima di morire, di solito per arresto cardiaco, l’uccello si dibatterà a lungo.



Ci sono sentieri in cui è possibile incontrare centinaia o addirittura migliaia di queste trappole, a 4-5 metri l’una dall’altra, spesso alternate con trappole aeree. Queste ultime sono costituite da due ferretti di metallo ancorati ad un ramo orizzontale, fra i quali scorre un filo di crine di cavallo (oggi sempre più spesso sostituito dal nylon) con cui sono stati realizzati 4 cappi a scorrimento. Il ramo è stato opportunamente pulito dalle foglie per trasformarlo in un posatoio-esca. L’uccello che si dirige sicuro verso quel ramo così comodo e spazioso rimarrà impiccato. Tordi e merli, relativamente pesanti, moriranno quasi subito; gli uccelli più piccoli agonizzeranno per un tempo inversamente proporzionale al loro peso. Nei luoghi “a maggiore produttività” è facile trovare molte trappole aeree sulla stessa pianta.
C’è un’indiscutibile inventiva in questi mezzi di cattura. Li giudicherei quasi affascinanti se fossero stati architettati da un naufrago in cerca di cibo su un’isola deserta. Ma qui si tratta di un anacronistico esercizio a fini di lucro e di gola, un gioco al massacro che coinvolge molte specie che non interessano affatto e che muoiono ugualmente, senza uno straccio di ragione. Danni collaterali, come si dice in guerra. Roba senza valore commerciale, che il bracconiere scarta o raccoglie per consumo personale.
Le trappole appena descritte sono in uso soprattutto nel Sulcis. Sotto il Monte dei Sette Fratelli i metodi non sono altrettanto raffinati, forse a causa di una tradizione meno consolidata. Come trappole a terra si usano le “sep”, trappole a scatto per topi innescate con frutti di corbezzolo, più che sufficienti a spezzare la schiena di un uccello. Al posto delle trappole aeree, invece, vengono aperte gigantesche reti da pesca, colorate di nero per renderle invisibili, simili a quelle usate dagli ornitologi inanellatori. Tutto più semplice, più redditizio: si bada alla sostanza. Da queste parti sono nate vere e proprie aziende, con tanto di dipendenti incaricati giornalmente di pulire le reti e conferire gli animali ai grossisti che ne assicurano la vendita nella zona di Cagliari. Le reti più grandi sono lunghe venti metri ed alte sei. Fissate agli alberi ed azionate manualmente per mezzo di carrucole, gravano sul bosco come immense ragnatele per uccelli. Ed è una beffa vergognosa che un bracconaggio di tipo industriale venga a rifornirsi di materie prime proprio in un’area protetta.


Fra gli artigli dei bracconieri finisce di tutto. Nelle trappole aeree e nelle reti restano impigliati quasi tutti gli uccelli che frequentano il bosco. Tordi, merli, pettirossi, fringuelli, verdoni, frosoni, capinere, occhiocotti, codirossi, fino ai minuscoli fiorrancini. Ma è anche capitato di imbattersi in gheppi, sparvieri, allocchi e piccoli mammiferi come il ghiro.
La trappola a terra, efficacissima per tordi e merli, è un po’ più selettiva di quella aerea. Non è raro, però, trovarci pettirossi, pernici sarde o ghiandaie, prede che possono attrarre pericolosi concorrenti dei cacciatori di frodo, come il gatto selvatico. Per lui i bracconieri sistemano appositi lacci, fatti con il filo del freno di bicicletta e un pettirosso a fare da esca. Se vi state chiedendo che fine fanno i gatti selvatici o i mustelidi presi al laccio, ebbene sappiate che, nella maggioranza dei casi, essi vengono mangiati. Magari un giorno qualche ristorante potrebbe servirci un bel gatto selvatico sottobanco, come si fa con l’istrice in Maremma. Anche per il cervo sardo c’è un cappio speciale: in acciaio, ad un metro da terra, in modo che non ci finisca il cinghiale, cui sono dedicati altri tipi di trabocchetti. Se il cervo è ancora in buono stato, viene portato via intero. In caso contrario, gli viene amputata la testa o staccate le corna per farne un trofeo.
A questo punto appare chiaro che, per i bracconieri, la riduzione della biodiversità non è che una balla inventata dai protezionisti. Tutto si può catturare, vendere, mangiare. Il bosco è il mare dove pescare impuniti, dove le specie si rigenerano miracolosamente. Così è stato e così sarà. E se davvero gli animali dovessero diradarsi o scomparire (cosa tutt’altro che irrealistica già oggi per quelli appartenenti alle sottospecie sarde) la colpa non sarà mai loro, ma dell’inquinamento, dei cambiamenti climatici e di qualsiasi altra cosa possa permettere loro di non guardarsi allo specchio.
Ma le tradizioni, buone o cattive che siano, corrono sempre il rischio di morire. Un’idea si mette in moto e quello che sembrava eterno d’improvviso appare debole, perituro. Falcone ha profetizzato la fine della mafia, figuriamoci se non si può pensare lo stesso per il bracconaggio. Alla fine degli anni ’90, alcuni ambientalisti del cagliaritano si mettono in contatto con la Lega per l’Abolizione della Caccia e, pochi giorni dopo, un drappello di 7 volontari parte da Milano e raggiunge gli amici di Cagliari. Caposquadra Guido de Filippo, oggi segretario nazionale della LAC, che ricorda: “La prima volta che entrammo nel bosco ci trovammo di fronte all’inverosimile: non vi era sentiero che non fosse minato di trappole, non un albero senza il suo ramo adornato di cappi. Ne togliemmo migliaia, a mani nude, visto che non avevamo portato nemmeno una tenaglia. Le trappole erano vicino ai paesi, alla luce del Sole. Tutti sapevano dov’erano. I bracconieri furono talmente sorpresi dalla nostra apparizione, che non ebbero neanche la capacità di organizzare una reazione o di intimidirci in qualche modo.”
Le minacce, però, non tardano ad arrivare, fin dall’anno seguente. Gomme tagliate, telefonate anonime: “Se non ve ne andate, bruciamo tutto” era la frase più terribile. In ogni modo, l’attività di antibracconaggio non poteva arrestarsi. Da quella prima volta, la LAC organizza un campo a stagione, della durata di una settimana. Arrivati sul posto, i volontari si mettono in contatto con il Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale della Regione Sardegna, al quale comunicano i percorsi boschivi che intendono effettuare per la ricerca e la distruzione delle trappole. Poi, a conclusione delle operazioni, i corpi di reato vengono consegnati al Comando, al quale vengono anche segnalate le targhe sospette, i nomi di probabili bracconieri. Ne conseguono perquisizioni, contravvenzioni, a volte qualche arresto. Nell’ultima campagna antibracconaggio, l’azione di 13 volontari della LAC ha portato alla neutralizzazione di circa 10.000 trappole. Meno facile, invece, è salvare gli uccelli finiti in trappola, vuoi perché non sopravvivono a lungo, vuoi perché il bracconiere è già passato per metterseli in tasca. Quando accade, l’animale viene rifocillato con acqua e zucchero e rimesso in libertà, in un attimo pieno di significati.
Una rilevante accelerazione nella battaglia si è avuta con la discesa in campo della LIPU, decisa a sfidare i bracconieri con ogni mezzo. Lo sforzo che quest’associazione sta profondendo è ogni anno più consistente, e si arricchisce di strategie nuove ed efficaci. “Dopo il primo campo del 2003 – racconta Giovanni Malara – ci rendemmo conto che i metodi tradizionali non erano sufficienti. Dovevamo fare molto di più e soprattutto portare a conoscenza dell’opinione pubblica le responsabilità di chi aveva sempre tollerato questo stato di cose. Era necessario organizzare più campi nel corso della stagione, mentre l’opera di smantellamento delle trappole doveva essere assoluta, radicale. Grazie ad un numero crescente di volontari, oggi riusciamo a organizzare 5-6 campi settimanali a stagione, tra novembre e febbraio. E facciamo piazza pulita di tutto. Distruggiamo le piazzole delle trappole a terra, seghiamo i rami delle trappole aeree. Se in una trappola aerea togliessimo solo i ferretti di sostegno dei cappi, questa verrebbe ripristinata quasi subito, mentre ricostruirla daccapo costituisce un onere ben maggiore per il bracconiere.” L’eliminazione dei rami non crea danno alcuno alla vegetazione. Piegati e bloccati con fil di ferro, i rami sono infatti destinati a morire per le strozzature prodotte dai legacci. Anche le reti vengono ovviamente distrutte, assieme ai pali di sostegno, creando un danno enorme alle ditte di bracconieri organizzati. “L’anno scorso – dice ancora Malara - la LIPU è riuscita a distruggere quasi 300 reti, denunciando uno dei proprietari per uccellagione e distruzione della vegetazione protetta. Ciò ha spinto le autorità ad aumentare la vigilanza nella Riserva dei Sette Fratelli, all’interno della quale quest’anno non sono stati trovati grossi impianti di cattura. Ma non ci facciamo illusioni: i bracconieri si sono solo spostati in altre aree, ancora sconosciute. Siamo di fronte ad enormi estensioni forestali, e a piedi non siamo certo in grado di controllare l’intero territorio. Vinciamo importanti battaglie, ma la guerra è ancora lunga. Non bisogna dimenticare che molta gente vive di quest’illegalità” .



Nella stagione 2007/2008, 58 volontari della LIPU in 34 giornate complessive di attività sul campo, sono riusciti ad eliminare 15.997 trappole per uccellagione e 257 reti fisse (che tradotto in sviluppo lineare complessivo equivale ad oltre 2 km), raccogliendo 68 uccelli morti e salvandone 43. Sono stati inoltre trovati 80 lacci per ungulati. Nella stagione appena conclusa, i giorni di attività della LIPU sono stati 44, le trappole tolte dal bosco 18.853 e le reti fisse distrutte 84; 179 i lacci per ungulati (di cui 10 per il cervo sardo) e 2 le tagliole per gatto selvatico, con una ghiandaia e un colombaccio impiccati per fare da esca. Oltre a ritrovare 51 uccelli catturati (di cui 37 già morti), i volontari si sono imbattuti anche in un cervo sardo preso al laccio, cui era stata mozzata la testa.
È ormai fuori di dubbio che i bracconieri avvertano la pressione dei loro nemici. Sono nervosi, non sanno come muoversi. Che siano loro a sentirsi in trappola? “Sarebbe sempre stato facile prenderli – osserva Giovanni - sono ladri che vanno a prendere refurtiva tutti i giorni, da anni, nello stesso punto. Ma visto che i controlli sono a dir poco morbidi, abbiamo deciso di fare da soli, sfruttando la tecnologia. Dall’anno scorso abbiamo installato delle micro-telecamere nascoste accanto alle trappole, per dimostrare come in fondo sia possibile colpire il bracconiere… in pieno volto. Siamo riusciti subito a filmare due uomini, padre e figlio, mentre recuperavano la preda dalla rete. Questi sono stati poi identificati e denunciati ai Carabinieri. Nel 2007, grazie a questi sistemi, la LIPU ha presentato più denunce dei Corpi di Polizia locali, che pure dispongono di ben altri organici e mezzi. Oltre ai 5 denunciati con l’ausilio di un Funzionario della Polizia di Stato libero dal servizio, la LIPU ha pizzicato con questo sistema altri 8 uccellatori: due nel 2007; quattro nel 2008 e due, al momento, nel 2009. Ma per noi è solo l’inizio.”
Le denunce, i processi. È soprattutto questo che finisce sui giornali, nelle televisioni, e il bracconiere non ama che si parli di lui. Lo scorso anno la LIPU ha fatto breccia in uno dei programmi d’inchiesta più seguiti dai giovani: “Le Iene Show” (puntata del 25.11.2008). Dopo aver raccontato con estrema precisione l’interno ciclo della strage (dalla trappola ad uno dei ristoranti più noti del cagliaritano), un inviato del programma, travestito da uccello, ha affrontato il bracconiere sul luogo del delitto. Una scena tragicomica: dopo una prima reazione aggressiva, l’uccellatore ha detto di essere passato di lì per caso… andava a funghi” Ma le microtelecamere avevano registrato tutto, e un’altra denuncia è partita. A febbraio di quest’anno, ben due servizi sono andati in onda su “Striscia la notizia”, uno dei programmi televisivi con il più alto indice di ascolto. Milioni di italiani hanno visto le trappole, la sofferenza degli animali, l’abnegazione dei volontari e la sconcia arroganza dei bracconieri. La pentola è stata scoperchiata e l’odore è arrivato sul naso di tutti.
Fino a qualche anno fa, le istituzioni locali hanno forse sottovalutato questo reato, considerandolo un peccato meno grave, per qualcuno addirittura necessario a salvaguardare “l’occupazione”, la tradizione culinaria. Credo non ci siano parole migliori per spiegare la situazione conflittuale da cui si è partiti, di quelle dell’allora Comandante del Corpo Forestale della Regione, Carlo Boni, apparse su “L’Unione Sarda” del 17.12.2005: “I volontari sono un po’ estremisti. Ora si sono accordati con noi, ma più volte abbiamo ricordato che lacci e trappole sono mezzi usati per commettere un reato e che prelevarli in campagna potrebbe creare qualche problema a chi lo fa. Credo che l’uccellagione non sia per noi il problema principale, penso sia prioritario fermare l’attività dei tubi-fucile e dei cavetti d’acciaio per cervi e cinghiali. Senza pensare che nell’Isola abbiamo altre questioni che i Forestali devono affrontare: la questione del Gennargentu, gli incendi. La verità è che per molti uccellatori questa pratica è fonte di sostentamento. Illegale e da reprimere, ma senza estremismi.” Emergeva da queste dichiarazioni quell’atteggiamento di tolleranza da sempre denunciato dagli ambientalisti, i quali venivano di fatto invitati a lasciare le trappole dov’erano. Se oggi questo stato di cose appare mutato, il merito va a coloro che hanno perpetrato l’impegno per combattere il bracconaggio, facendolo emergere dall’ombra dei boschi.
La caccia di frodo è un reato penale (L. n. 157/1992 e L.R. n. 23/1998). La prima volta può essere estinto pagando una multa di 400-500 euro. Se si viene “beccati” di nuovo, la sanzione diventa detentiva, anche se poi bisogna considerare la pulizia della fedina penale del bracconiere. In ogni modo, qualcuno ha già fatto conoscenza con il carcere, una legittima soddisfazione per chi considera la biodiversità come la più immensa delle ricchezze da tutelare. Dal canto loro i bracconieri, abituati all’impunità, hanno forse scoperto una sensazione nuova: la paura.
Antibracconaggio e informazione possono produrre una revisione etica nella mentalità dei consumatori di selvaggina illegale: se mangio le grive alimento la barbarie, mando uomini nel bosco ad uccidere tutto. Una meravigliosa parola d’ordine ha iniziato a diffondersi: io non sono complice, basta con questi ignobili delitti di gola.
È ancora possibile accettare che intere comunità vivano illegalmente? Chi ne ha la responsabilità deve offrire opportunità lavorative pulite a queste persone, valorizzando a scopi turistici sostenibili le immense risorse naturali del Basso Sulcis e del Sarrabus.
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